Le labbra delle ragazze bagnate
nel cioccolato fondente mi tirano
su nei giorni dei gelati estivi.
Le labbra delle ragazze bagnate
nel cioccolato fondente mi tirano
su nei giorni dei gelati estivi.
E ora, in queste mattine
così stanche
che ho smesso di chiedere e di sperare,
e tutto il giardino è per me,
per il mio male sontuosamente,
penso agli amici che mai più rivedrò,
alle cose care che sono state,
alle amanti rifiutate,
ai miei giorni di sole…
Vincenzo Cardarelli
Ti prego: prendi questo foglio bianco
con sopra il mio nome – hai scritto
“giampiero” in un giorno che non c’era
di meglio da amare – e fanne aereo
da cielo di finestra. Fa che voli
lontano dalla stanza dalla casa
da ovunque io sia adesso.
Fa due ali a reggere il peso
che indosso ogni giorno,
insegna loro il tuo respiro
perché mi chiamerai,
dirai “giampiero” e sul tuo fiato
riprenderanno quota.
Fa che il volo si infranga dove
nessuno osservi, magari nei campi
alla periferia o nella notte.
Non un suono: solo lo schianto:
inchiostro su macerie di carta,
piccola crepa nella solitudine.
Giù per la scalinata,
di sera, era settembre,
il sole spogliava di luce le aiole dell’esedra,
tu ricordavi i versi del triste Mimnermo
“noi siamo come le foglie che la fiorita
stagione di primavera genera”,
ma che gioia
la tua gonna al vento, che fiori rossi
mentre le nubi correvano verso la notte,
frusciavano nei tuoi occhi petali freschi,
io ero pieno di colori, avrei voluto cielo
più cielo per gridare,
che importa se i versi
di Mimnermo sono veri, se qui, se ora
sono felice come se la vita degli uomini
durasse per sempre, in eterno,
ma quanti
anni fa, o l’anno scorso, o mai, noi giù
per la scalinata, di sera, nel sole che muore.
Luigi Fenga, da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999
In questi giorni di marzo
mio padre torna ragazzo.
Sale in soffitta, gira per le stanze,
rovista sottoscale e ripostigli
alla ricerca affannosa
e disperata di non sa che cosa.
Come un animale dal letargo
mio padre in questi giorni
esce dalla sua vecchia età.
Le rughe gli si spianano, non ha
più bisogno d’occhiali,
il suo bastone è come un ramo fiorito
con tanta leggerezza lo porta.
Mia madre (pure è da tanto che ne sopporta
questi bruschi ritorni giovanili
scandalizzata e felice) sbalordisce
davanti a certe sue imprevedibili uscite
e si chiede se ancora non lo conosce.
Non vuole rassegnarsi, benedetta,
ad avere un marito
in meno e un figlio in più.
E mentre traffica in cucina
sussulta a una voce che le viene
dalla strada, dal fondo del cuore:
quel nuovo figlio discute col più grande
e vuole avere per forza ragione.
Scandalizzata e felice
fa di no con la testa ma dice
con tutta se stessa di sì:
prega e spera che sia sempre così.
Tommaso Lisi, da Liturgia familiare, Rebellato, 1969
Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana.
Beati loro che pensano al progresso:
io solo penso alla morte o al sesso.
J. Rodolfo Wilcock, Poesie, 1980
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
Edoardo Sanguineti
La neve bianca
Apollinaire, 1912
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