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Un appartamento a Roma

Chi o cosa mi passa per casa

Quanto poté durare

Quanto poté durare il tuo martirio
nelle sinistre Fosse Ardeatine
per mano del carnefice tedesco
ubriaco di ferocia e di viltà?
Come il lungo calvario di Gesù
seviziato, deriso e sputacchiato
nel suo ansante sudor di sangue e d’anima
fosse durato, o un’ora o un sol minuto;
fu un tale peso pel tuo cuore umano,
che avrai sofferto, o figlio, e conosciuto
tutto il dolor del mondo in quel minuto.

Corrado Govoni, Aladino, lamento su mio figlio morto, 1946

Cade a pezzi questa casa vuota,
crollano tutte le certezze avute
in giovinezza, ormai rovine.
Non sono buono a ricostruire
non sono buono a niente.
Pure quest’anima s’è fatta nera
dipinta con parole che ho scritto
comprese queste inutili.
Non ho mai vinto la morte né amore,
barando con la vita ho perduto.
Serve a poco spiegare, a niente
dire che quelle mani e quello smalto
erano tutto e tutto per un uomo
è un sogno intero.
Adesso sono un mostro, già finito.
Ho avuto caramelle da bambino
perché ero primo, buono, quello bravo.
Ora son tra gli ultimi degli uomini.
Concedetemi versi sbagliati,
una bottiglia ed un bicchiere.

Quello che ho da dire non lo dico.
Fumo e bevo aspettando giorni
buoni da vivere e da raccontare.

Quello che ho da dire non lo dico.
Fumo e bevo aspettando giorni
buoni da vivere e da raccontare.

Tante parole da mettere insieme
Per non morire, per vivere ancora
E non riuscire e scrivere versi
Col cellulare che versi non sono.
Non è una poesia. Io non sono
Poeta, io non sono l’autore
Di questa miseria. Io non sono.

Con uno sguardo mi hai reso più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, io ballo
nel battito d’ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.

Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.

Szymborska, Accanto a un bicchiere di vino.

(via rosenrot89)

(via latuababy)

Era il profumo della sua pelle
che io sentivo, non una fragranza
comprata dentro un negozio al centro
di un pomeriggio estivo, quando n’era
spoglia e ci soffrivo, come scalza
sopra l’asfalto nella folla andava.
Andava l’auto ed io soffrivo
mentre osservava il cielo, non la strada
sotto il tramonto rosso di quell’agosto
che colorava sera come lei
faceva con gli abiti e i belletti
che indossava, consumavo il tempo
e la sua immagine nel guardarla,
viso di specchio, trucchi, un sorriso.
Non eravamo prossimi alla gioia
nemmeno quando dopo metà amore
avevo usato le labbra e nessuno
dei due aveva goduto, lavava
via me fuori del letto, nel bagno
lei suonava già il lavandino
mentre io bevevo rum per artefare,
assaporato - il cattivo umore,
lo stesso ritrovato a colazione.
Ma dalle mani non veniva via
il suo odore e ad ogni tiro
di sigaretta alla bocca, traffico
di dita e fumo, ritornava lei
le cose belle, le malinconie,
tornava e scorrevano le auto
scorreva via tutto mentre io
avrei aperto il rubinetto in vasca,
due i bicchieri di vino e sigari…
Scorreva via tutto, non il vino,
nemmeno più la vita che versavo
in lei, ma non si era mai felici.
Sono parole, io non faccio testo,
io scrivo sciocche quasi poesie,
ed ora posso soltanto raccogliere
i resti di quei due bicchieri
infranti, stelle cadute a terra,
e quello che ora c’è al pavimento
lo assorbo, strizzo, piegati i ginocchi
sopra le mattonelle, in un secchio.
Questo è il meglio che posso perché
il meglio che potevo non bastava,
ché non si era felici.

Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest’abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita.

—Pier Vittorio Tondelli - OTTAVA ORA DELLA NOTTE, Biglietto numero otto (via grigia)

malinconialeggera:

Ragazzo mio,
io non ho paura di morire.
Tuttavia, ogni tanto
mentre lavoro
nella solitudine della notte,
ho un sussulto nel cuore,
saziarsi della vita, figlio mio,
è impossibile.
Non vivere su questa terra come un inquilino,
o come un villeggiante stagionale.
Ricorda:
in questo mondo…

Nel sonno ho sognato
di voler correre come un tempo
sui campi di calcio.
Vestito eppure scalzo
lasciavo il prato verde
alla ricerca delle scarpe rosse
ferme lì nello spogliatoio vuoto.
Mentre le indossavo
è entrata una donna,
mi ha chiesto: - Vieni?
- Non posso – le ho detto – lei mi aspetta,
e ho tolto le scarpe.
Aperti gli occhi, sveglio, ti ho vista,
nella metà vuota di questo letto.

Ho scritto di una sera ed era luglio
poi di altre sere
di quando c’era tutto il Colosseo
e non me ne accorgevo
poi una piazza e baci inattesi.
Ho scritto di un vento
di aquilone mentre ti stringevo
perché non volassi
con i gabbiani, e di altre paure
come quando offrivi
la tua carne santa sopra il tavolo
ed io non la mangiavo
ma la stampavo nel mio corpo giovane
e i capelli rossi
mi accendevano e gli occhi belli
dove dentro leggevo
un indirizzo, ed era la mia casa.
Queste cose ho scritto
nella tempesta dove navigavo
con le vele spiegate.

*

Ma tu ma tu ma tu
come si fa con l’uva mi pestavi,
io ti chiedevo scusa
se al risveglio ti baciavo forte
o per il tuo silenzio
di commozione, quindi geometria
d’abiti al pavimento
del mio appartamento, indossavi
quella mia camicia
a colazione, la finestra aperta
quando mi salutavi
ed io me ne andavo via fumando.
Il cassetto dell’intimo
faceva piovere in me il profumo,
alle tue ginocchia
bianche pregavo perché non finisse
il giorno dei baci
ché eri bocca spoglia di rossetto.
Quante altre bellezze
che non so dire, che non voglio scrivere…

*

Erano due i bicchieri
sopra il tavolo e sul pavimento
solo la tua culotte,
nel letto curve perfette: i fianchi
le spalle, quei seni,
un po’ di luce muoveva su te
le mie parole mute
e inciampando andavo verso il tavolo
perché non ti svegliasse
il mio sguardo fisso sul tuo volto.
Aspettavo la bocca
a colazione e un uccello urlava
nella notte più bella
di Roma e non poteva rovinarla
la sola sigaretta
che non avrei dovuto fumare.
Vivevo e non credevo
e non sapevo darti quella gioia.
È questo che ho scritto
mentre dormivi nella stanza accanto.

*

Un tappeto di scarpe,
sparsi sul letto abiti, monili
ed io perso e felice,
le lenti degli occhiali col tuo trucco
che so non pulirò,
una bottiglia bevuta in due,
parole nella doccia,
la tua apparizione mentre lavo
i denti scivolando
nel lavandino come le lentine
che a volte si perdono.
Noi coperti solo dalle stelle
a scrivere parole
che sono queste, che non basteranno
ma scriviamo insieme
e puoi non capire questo cuore
ma indossalo pure
perché il resto scompare, non conta,
non ha più altra voce
la vita intera se dico il tuo nome.

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